La chiesa piena di gente in nero, ma nessuno piange davvero. Tutti recitano, tutti giudicano. Vincenzo Venturi parla come se fosse il padrone del mondo, mentre Giorgio osserva in silenzio. E quel bambino… sembra sapere tutto. In Il Piccolo Re del Biliardo, anche la morte è una partita a biliardo: chi muove per primo, vince. Atmosfera gotica, dialoghi affilati, regia impeccabile.
I Conti entrano come se fossero a una festa, non a un funerale. San Marco? Più sembrano venuti da un altro pianeta. Ma è proprio questa la genialità di Il Piccolo Re del Biliardo: trasforma il dolore in potere, il rispetto in sfida. Quel ragazzino che sorride mentre gli altri lo guardano male… è il vero re della scena. E io non riesco a staccare gli occhi dallo schermo.
Come fa un bambino a essere così calmo al proprio funerale? Forse perché sa di non essere davvero morto… o forse perché è l'unico che vede la verità. In Il Piccolo Re del Biliardo, ogni personaggio ha una maschera, ma lui la toglie con uno sguardo. I Venturi parlano di tradizione, i Conti di onore, ma lui? Lui gioca. E vince. Senza dire una parola.
Tre anni consecutivi di campionato? La famiglia Venturi non è solo ricca, è leggendaria. Ma qui, al funerale del Re del Biliardo, tutto cambia. I Conti sfidano, i Venturi difendono, e nel mezzo c'è un bambino che sembra il vero arbitro. La tensione è palpabile, i costumi sono perfetti, e ogni inquadratura sembra un dipinto rinascimentale. Questo non è un dramma, è un'opera.
“Mostrate rispetto per il Re del Biliardo!” dice qualcuno, ma tutti sanno che il rispetto qui è una moneta falsa. I Venturi lo usano come arma, i Conti lo ignorano, e il bambino? Lui lo ride in faccia. In Il Piccolo Re del Biliardo, anche le lacrime sono calcolate. Nessuno piange per dolore, piange per strategia. E io sono qui, incollato allo schermo, a chiedermi chi uscirà vivo da questa chiesa.